Arrivano la ‘lingua madre straniera’ ed il ‘particolare dialetto’
La legge 482 diventa un optional, cresce lo spread e cala la democrazia linguistica
Si chiama spending review, ma piů che rivedere la spesa pubblica sembra proporre una revisione della legislazione vigente, almeno per quanto concerne le minoranze linguistiche e la loro tutela. Il decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012, "Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini", all'articolo 14, dedicato alla «riduzione delle spese di personale», introduce un’interpretazione tanto curiosa quanto preoccupante di una norma approvata un anno fa in merito alla "Razionalizzazione della spesa relativa all’organizzazione scolastica". L'articolo 19, comma 5, del decreto legge n. 98 del 6 luglio 2011 definiva le particolari tipologie di incarico che i dirigenti scolastici devono avere nelle «aree geografiche caratterizzate da specificitŕ linguistiche», cioč nelle zone in cui sono presenti le minoranze. Il Governo Monti ha ora ridotto queste aree a «quelle nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera», introducendo cosě nel linguaggio giuridico italiano una nuova fantomatica categoria. Pare infatti assai difficile comprendere che cosa significhi «minoranze di lingua madre straniera» e qualche dubbio al riguardo deve essere sorto anche dalle parti di Palazzo Chigi. Solerti funzionari ministeriali hanno pertanto provveduto a spiegare il senso della previsione normativa, precisando nella Relazione tecnica che accompagna il decreto legge n. 95 del 6 luglio scorso, che «l’interpretazione della norma si rende opportuna perché alcune Regioni estendono il significato di “specificitŕ linguistica” anche a territori dove si parla un particolare dialetto utilizzando la legge 482/1999 relativo alle norma di tutela delle minoranze linguistiche storiche tra cui il friulano, l’occitano e il sardo». La precisazione, che di tecnico ha poco o nulla, riesce ad aggiungere abominio ad abomino: come si dice in friulano, «pięs il tacon de buse». Gli esperti del governo dei tecnici, infatti, pur citando la legge statale di tutela, non solo scelgono di ignorarne i contenuti, ma senza avere né titolo né competenze per farlo si arrogano anche il diritto di decidere quali siano “vere” lingue e quali semplici “dialetti”. Il provvedimento del Governo Monti riguarda soltanto la posizione di una quarantina di dirigenti scolastici nei territori di Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Piemonte, tuttavia rappresenta un precedente pericoloso e inaccettabile tanto nella forma, quanto nella sostanza. Per un verso potrebbe essere considerato una semplice manifestazione dell'alto grado di ignoranza in conto di diritti, lingue e tutela che si riscontra in Italia, dove, come ha rilevato il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa in una sua recente risoluzione, «i materiali e i percorsi educativi, specialmente quelli per la maggioranza della popolazione, contengono ancora informazioni limitate su lingue, storie e culture delle minoranze linguistiche». Per l'altro si tratta di un nuovo esempio dell'approccio minimalista e opzionale mantenuto nello Stato italiano nei confronti della garanzia dei diritti delle minoranze, "alla faccia" della Costituzione e "alla faccia" dell'Europa «unita nella diversitŕ».
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